Torrio (pagina 1) - Vicosoprano tra la Val D'Aveto e la Val Trebbia

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Torrio (pagina 1)

Val D'Aveto > Torrio
LA STORIA  LE CHIESE
Si racconta delle 3 chiese (c'è chi dice 4) costruite nel paese piacentino che la prima minacciava "...ruina da tutte e parti" (questo dato è raccolto in un documento datato 1603) per la costruzione della seconda, o terza chiesa, la comunità incaricò un saggio maestro lombardo di scegliere un nuovo sito: questi rispose che tra i due torrenti non esisteva terreno sicuro. Tuttavia essa venne costruita lo stesso sotto il villaggio, in posizione comoda anche per gli abitanti di Ascona. Intorno al 1730 questo nuovo edificio crollò, tanto che oggi non se ne conoscono neppure le tracce tra il 1734 ed il 1738 veniva ultimata l'attuale chiesa parrocchiale di Torrio in località Casetta sul versante stabile, ma assai ripido, alla destra del Rio Grande. L'attuale parrocchiale è stata costruita su un terreno donato da un uomo chiamato SANELU che aveva 70 anni ed era ancora celibe e per questo motivo i suoi parenti più prossimi cominciavano ad interessarsi alla sua eredità. Fu così che lui si recò ad Ascona, prese una giovane del luogo e la sposò. In sieme misero al mondo 7 figli e le sue terre vennero divise in 7 parti uguali tra i 7 figli e sono nominate ancora oggi Reditine. LE DOGANE Intorno alla metà del XVI Secolo, la valle dell'Aveto non brillava certo per ricchezza e, in particolar modo nelle zone di confine tra il Marchesato di Santo Stefano e quello di Gambaro, il contrabbando ed il banditismo erano una pratica comune di sostentamento: per combattere questo fenomeno nel XVII secolo a Torrio venne ubicata una caserma doganale dove era di stanza una guarnigione di guardie del Ducato di Parma, che nel frattempo aveva assorbito il piccolo Marchesato dei Malaspina di Gambaro.
La caserma di Torrio, nel 1852, in seguito ad una frana, venne apostata sul Crociglia nel 1852 ed all'epoca della sua costruzione doveva rappresentare un modello nel suo genere; infatti, oltre ai suoi accurati finimenti, interni ed esterni,essa disponeva di un tetto di rame per fronteggiare la tormenta che in parecchi mesi dell'anno in quel luogo imperversa. In realtà è stato accertato che subito dopo la sua costruzione l'edificio trasudava umidità, sopratutto nelle parti che dovevano essere usate dal ricevitore - tanto che l'ufficio di ricevitoria aveva dovuto essere trasferito a Gambaro, in un locale preso in affitto, in attesa dei lavori di risanamento che comprendevano una diversa sistemazione della copertura di rame. L'annessione dell'Emilia al Regno d'Italia segnò però per quella caserma una fine immatura. Lasciata dal Governo Italiano nel più completo abbandono venne saccheggiata da vandali d'occasione e con l'asportazione del suo tetto prezioso non tardò a tramutarsi nell'attuale imponente rudere. L'INVASIONE DEI BRUCHI Un importante documento datato 21 Ottobre 1758 redatto dal notaio Giuseppe Tassi registrava che in quell'anno tutte le terre di Ascona, Pievetta, Santo Stefano e Torrio erano state invase e devastate dai bruchi e che nessuna semenza aveva potuto crescere e maturare. I reggenti del Castello di Santo Stefano, per rimediare ai danni, tramite il principe Doria, otennero una bolla papale, datata 16 settembre 1758, a firma di Clemente XII in cui si autorizzava il Vescovo di Bobbio, Mons. Gaspare Lancellotto Birago, con facoltà di delega ad altri, ad impartire la benedizione apostolica ai campi "affinché i bruchi fuggissero dal cospetto della Santissima Croce, che loro venne mostrata". Il vicario generale della diocesi di Bobbio, Cambiaggio Michele, delegò Annibale Besozzi, patrizio Milanese e teologo della sapienza Romana della Cattedrale di Bobbio, che si recò a Santo Stefano per un triduo di penitenza: all'ora del vespro del terzo giorno "tenne un sermone sul significato della funzione ......poscia con una croce formata di antica e montana quercia, benedisse alle quattro parti del mondo. La detta croce baciata da lui e dal popolo, fu piantata sul Monte di Mezzo mentre le popolazioni dei quattro villaggi fecero voto di mantenerla in perpetuo a ricordo del fatto ed in ringraziamento del favore ottenuto". I detti popolari dicono che durante la benedizione il Vicario prese due pietre e con queste schiacciò alcuni bruchi. Da allora gli abitanti delle quattro parrocchie si ritrovano ogni anno il giorno dopo Pentecoste per rinnovare il voto espresso nel lontano 1758. Da ogni paese parte una processione che si ritrovava con le altre sulla cima del Monte di Mezzo dove il sacerdote impartisce la benedizione ed i fedeli cantano il "Vexilla".

segue: TORRIO 2
 
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